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sabato 10 aprile 2010

Moby Prince, 19 anni di vergogna


Sono passati esattamente diciannove anni dal 10 aprile 1991, la notte in cui il traghetto Moby Prince in uscita dal porto di Livorno e diretto a Olbia si infilò tragicamente nella petroliera Agip Abruzzo ancorata in rada. Morirono 140 persone, tutti i passeggeri e l'intero equipaggio ad eccezione di un mozzo, miracolosamente scampato.

Ci fu detto che c'era nebbia, menzogna.
Ci fu detto che l'equipaggio stava guardando una partita in televisione, menzogna.
Ci fu detto che il comandante del Moby, Ugo Chessa, aveva compiuto un errore durante la manovra di uscita dal porto, menzogna.
Ci fu detto che il Moby aveva i radar spenti, menzogna.
Ci fu detto che la Agip Abruzzo era ancorata fuori dal cono di sicurezza, menzogna.
Ci fu detto che tutte le persone sul traghetto morirono in pochi minuti a causa dell'impatto e delle fiamme, menzogna.
Ci fu detto che il caso era chiuso. Vergogna!

Consiglio a tutti la lettura del libro di Enrico Fedrighini, "Moby Prince: un caso ancora aperto".

domenica 4 ottobre 2009

L'Italia che dimentica


Il titolo di questo post doveva essere L'Italia dimenticata, ma poi mi sono reso conto che sarebbe stato banale. I misfatti che ogni giorno avvengono nel nostro paese, volutamente con la lettera minuscola, ci hanno assuefatto. I politci disonesti sono diventati un luogo comune, l'aria inquinata un dato di fatto, i morti nelle stragi (Ustica, Italicus, Moby Prince, Piazza Fontana, Stazione di Bologna e avanti così) un inevitabile dazio da pagare nell'ambito di una guerra senza vincitori nè vinti.

E noi italiani protestiamo, ci indignamo, ci ammucchiamo nelle piazze dietro slogan riciclati e lanciamo insulti e maledizioni. Poi ci sono quelli che avrebbero tutti i motivi per essere arrabbiati, i parenti delle vittime, i truffati, i malati e i deboli, ma loro hanno ben altro cui pensare che scendere nelle piazze. Loro sono l'Italia dimenticata, ma forse è un bene che uno stato come quello italiano si dimentichi di loro: hanno già sofferto abbastanza.
E allora se da una parte c'è questa Italia che piange, dall'altra c'è quella che grida. E' appunto l'Italia che dimentica, è l'Italia che vuole restare com'è perchè crescere significa fatica. E' l'Italia che attende una nuova tragedia per potersi lamentare e imprecare, cercando a tutti i costi un nome, un partito o un'idea da colpevolizzare. E già c'è chi sta contandosi i soldi in tasca, freschi freschi di tragedia. Soldi che puzzano di morte.